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Razzismo, colonialismo e mitologie bianche. La storia rubata di Grande Zimbabwe

Bernardo Paci

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Dall’introduzione (Bernardo Paci)

“Ad un livello molto generale, si può dire con certezza che l’attuale Zimbabwe sia stato abitato da popoli di lingua bantu a partire dai primi secoli d.C., che verso l’anno 1000 vi abbiano avuto luogo importanti mutamenti culturali e avanzamenti tecnologici, e che ne sia scaturita una potente entità statale, cui ci si riferisce come “Regno di Zimbabwe”. Questo esercitò l’egemonia sulla regione fra i fiumi Zambezi e Limpopo fino al XV-XVI secolo, basando il proprio potere in particolare sul controllo dell’estrazione, della lavorazione e del commercio dei metalli, in specie con la costa Swahili, e sull’autorità religiosa; durante questo periodo furono edificate numerose costruzioni in pietra (oggi ne restano circa 150), la cui tecnologia probabilmente si originò dalla costruzione di muri di riempimento nelle caratteristiche formazioni granitiche della regione; la maggiore e più imponente di queste costruzioni è costituita da Grande Zimbabwe, la più grande struttura in pietra dell’Africa subsahariana.
Il sito presenta una stratificazione di costruzioni in tempi differenti, probabilmente fra XII e XIV secolo, ed è usualmente diviso in tre aree: le rovine sulla collina, le più antiche, il Grande Recinto, e le rovine della valle che lo attorniano. Nella sua interezza, il sito costituiva una città di notevoli dimensioni, che al suo massimo splendore ospitava probabilmente più di 15.000 abitanti, con architetture che combinavano la costruzione in pietra di muri e terrazzamenti a scopo abitativo e le tradizionali capanne in daga, un caratteristico fango rosso estremamente ben lavorabile e di notevole durezza una volta seccato. Al suo interno sono stati ritrovati numerosi esempi di arte e manifattura locale, a partire dai famosi uccelli di steatite simbolo del paese, così come resti di attività produttive e beni di lusso ottenuti per vie commerciali e provenienti da tutto l’Oceano Indiano. Col declino progressivo di Grande Zimbabwe, tradizionalmente associato all’esaurimento delle scorte di sale, il potere passò nei secoli successivi ad altri centri, e il potente regno che i portoghesi trovarono nel XVI-XVII secolo era ormai noto come “del Mwene Mutapa”, ancora legato alla lavorazione e al commercio di metalli così come alla costruzione in pietra, ma gravitante più a nord del precedente. Verso il xviii secolo si sarebbe assistito ad un ulteriore passaggio di potere verso quella che fu definita “confederazione Rozwi”, un popolo prima sottomesso al Mwene Mutapa, il cui centro gravitava invece più a ovest, e che edificò a sua volta costruzioni in pietra, come quelle di Khami e Dhlo Dhlo.
Tuttavia, la storia di Grande Zimbabwe e della regione in cui si colloca non sono l’argomento di questo libro. Le ricerche storiche e archeologiche cui si è fatto cenno, infatti, non si sono sviluppate liberamente in un “vuoto” di conoscenza, bensì, per così dire, “in concorrenza” e in conflitto con un’altra serie di storie che si era iniziato a produrre e scrivere ben prima, e le cui motivazioni risiedevano piuttosto in interessi connessi alla colonizzazione dell’area. Questa serie di storie, che sono, è da precisare, del tutto false e immaginarie, gettano le loro radici già negli scritti degli esploratori portoghesi e nelle testimonianze dei mercanti arabi, ma vedono il loro fiorire a partire dal 1871, allorché Karl Mauch “scoprì” le rovine di Grande Zimbabwe e sostenne che si trattava del palazzo della regina di Saba. La produzione di queste storie continuerà, lungo “piste” differenti (ossia attribuendo l’origine del sito a popoli non africani differenti), per più di un secolo, venendo a coincidere temporalmente con l’invasione militare finanziata e voluta da Cecil Rhodes, la fondazione della colonia eponima di Rhodesia, l’insediamento di coloni bianchi, l’autogoverno in seno all’impero britannico, la decolonizzazione dell’Africa e la resistenza del suprematismo bianco in Sudafrica e Rhodesia, fino alla caduta di quest’ultima nel 1980.
Questo libro è dedicato a ricostruire il contesto, lo sviluppo transnazionale, le influenze esterne ed interne, la successione, gli effetti sociali e politici di queste storie immaginarie, analizzando nel dettaglio i testi e i discorsi in cui sono state costruite nel tentativo di coglierne il ruolo all’interno della storia coloniale dell’Africa. In particolare, è convinzione di chi scrive che l’analisi dei meccanismi e degli elementi sottesi alla produzione di tali storie abbia molto da dirci a proposito della costituzione storica e materiale della razza e del razzismo, e in specie della whiteness, nell’Africa meridionale d’epoca coloniale, offrendo potenzialmente strumenti atti all’analisi di fenomeni più generali, come la storia transnazionale del suprematismo bianco, il colonialismo d’insediamento e il nesso tra le dimensioni economiche dello sfruttamento, dell’espropriazione e dell’estrazione, le dimensioni politiche del dominio e dell’oppressione e le corrispondenti dimensioni culturali ed epistemiche in contesto coloniale”.

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Indice – Razzismo, colonialismo e mitologie bianche